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Leopoldo Grosso

LA DIFFICILE PROBLEMATICA DELLO STARE MEGLIO E L’EVOLVERE DELLE COMPETENZE DEGLI OPERATORI IN CASA ALLOGGIO. IL RUOLO DEI RESPONSABILI

di Leopoldo Grosso (Psicologo, promotore e responsabile di molte iniziative e attività del Gruppo Abele di Torino è stato tra gli ispiratori della Carta di Sasso Marconi e tra gli iniziatori del CICA. Ha orientato e seguito sin dall’inizio del Coordinamento il percorso formativo dei responsabili e degli operatori delle Case Alloggio.)

Le competenze richieste agli operatori

1. Gestire la fase di transizione.

La prima nuova competenza chiesta, oggi, all’operatore è soprattutto quella di saper gestire la fase di transizione, rispetto alla fase aperta dalle nuove cure, una fase in cui l’AIDS sembrerebbe - usiamo il condizionale - transitare da malattia mortale a malattia cronica invalidante.

Era l’augurio degli infettivologi di alcuni anni fa. Con il 1997, gli ospedali per le malattie infettive hanno incominciato ad avere dei posti liberi. La vita nelle Case si è allungata, si muore di meno, il tempo di permanenza ha un altro respiro. Siamo in piena transizione ma cosa caratterizza questa transizione?

L’incertezza. L’incertezza dell’esito.

Le terapie sono sperimentali. L’efficacia è misurata sul breve termine. Non sappiamo il risultato sul lungo periodo, per cui, l’AIDS, forse per la maggioranza delle persone infettate non è più una malattia mortale, soprattutto nei tempi brevi degli anni trascorsi.

Questo, che cosa significa nei vissuti delle persone?

Significa che nelle Case si apre una finestra alla speranza; l’idea della morte come angoscia disperante, come idea ossessiva che infetta la quotidianità è messa, parzialmente, in disparte.

Ma cosa significa tutto ciò? Significa il ritorno alla negazione della malattia, alla negazione della sua gravità, che si deve contrastare? No! Ciò avviene solo in una qualche misura e può andar bene così.

E’ opportuno, è positivo, un parziale ritorno alla rimozione. Ridona fiato.

Non significa che si ritorna asintomatici e semplicemente HIV+, ma non si muore subito, c’è più tempo. I tempi dell’AIDS, dell’AIDS conclamato, si allungano.

Dalla speranza all’illusione, lo sconfinamento è sottile, quasi non percepito; questo passaggio, senza accanimento, dobbiamo tenerlo sotto controllo. Sperare, significa uscire da un sistema chiuso, opprimente e soffocante, accettando il provvisorio, l’incerto.

Illudersi, vuol dire ricorrere a certezze positive che rifiutano ogni incertezza, by passando il confronto con la realtà. Non possiamo permetterci di passare dalla speranza all’illusione. L’operatore deve sottolineare il dato nuovo: è vero che l’AIDS è meno disperante, si va avanti, ma non si può non riportare il discorso sulla realtà.

E’ importante capire quanto l’operatore, a sua volta, spera o si illude, quanto sa stare nell’incertezza.

Se anche l’operatore vive con realismo la speranza, aiuta; se anch’egli si illude, collude. Ed anche l’operatore, come la persona in AIDS, ha mille motivi per illudersi; anche lui starebbe molto meglio.

La transizione è ancora precarietà. Una precarietà con qualche rassicurazione. Bisogna saper stare nella contraddizione senza farsi angosciare dall’assenza di certezze, senza però chiudere gli occhi totalmente; solo un pochino è concesso, altrimenti ci si fa ancora molto male. E’ necessario equilibrio tra sostegno, spinta, assicurazioni possibili e contenimento.

L’equilibrio, è la capacità chiesta fin dall’inizio all’operatore, ma oggi è un servizio in più che gli viene richiesto: contenere l’oscillazione tra l’illusione della guarigione e il ritorno alla disperazione per la ricomparsa dei sintomi, per gli effetti secondari, non sostenibili, della cura, per il peggioramento improvviso degli esami clinici.

2. Lavorare per una migliore qualità della vita.

All’operatore viene chiesto l’ampliamento ad una seconda competenza: saper lavorare per una migliore qualità della vita.

Anche la qualità della vita, è un obiettivo già posto fin dall’inizio; dalla costruzione della Casa.

Non abbiamo mai accettato l’idea che le Case Alloggio dovessero svolgere la funzione di accompagnamento alla morte, alla “buona” morte. Se lo si è fatto, è stata una funzione implicita, di ritorno. Ci accorgevamo che si andava meglio incontro alla morte se si era migliorata la vita che rimaneva.

In che senso bisogna oggi operare per una migliore qualità della vita?

a) Non solo dal punto di vista materiale che è importante e significa:

  • una casa pulita, calda, accogliente (come da tanto tempo uno non ha più avuto);

  • una cameretta possibilmente da solo, per sé, che si può personalizzare secondo i propri gusti;

  • il non dover essere assillati dalla lotta per la sopravvivenza di ogni giorno, per mangiare, ecc.;

  • il non essere soli, se c’è bisogno di aiuto.

b) Soprattutto sul piano relazionale, in un percorso non semplice, costituito da difficoltà in sequenza da risolvere. Non dimentichiamo la premessa: una persona non sceglie di vivere in Casa Alloggio; la scelta è condizionata, obbligata, non ci sono alternative.; piaccia o non piaccia, quella è la minestra. Non a caso le Case Alloggio si sforzano di essere calde e accoglienti. Gli aspetti seduttivi dell’impatto non vanno sottovalutati perché ti fanno scegliere un po’ più la Casa, non ti fanno scappare.

C’è poi una seconda difficoltà: nella Casa c’è qualcuno con cui prendersela, senza che costui se la prenda con te. C’è la possibilità di buttar fuori, di non tener dentro, di scaricare l‘aggressività, di evacuare l’angoscia. E’ dura, ma se si tiene duro il contratto è stipulato e la Casa diventa la Casa di chi la vive. E’ la tua casa. Queste sono competenze che rimangono tutte, anche in questa fase.

Oggi, la qualità della vita, nella fase di transizione, richiede impegni supplementari al dato materiale di accoglienza, alla capacità relazionale. Significa dare una mano per il reinserimento sociale al di là e oltre la struttura protetta, fuori dai parametri della Casa Alloggio, per:

  • lavoro, il lavoro possibile,

  • reddito, il reddito possibile,

  • una propria abitazione personale, la casa possibile,

in contesti che, necessariamente, dovranno essere ancora protetti, ma certamente meno assistenzialistici.

Da un tempo troppo breve in Casa Alloggio (ieri), si rischia, ora, ad un tempo di permanenza troppo lungo (oggi). Se la malattia lo consente, se i conti con la tossicodipendenza consentono di evitare un risucchio nell’insoddisfazione (sintomi), può voler dire cronicizzazione (rischio).

Oggi, è possibile un nuovo uso degli iniziali alloggi invisibili, con la presenza predefinita, al bisogno, di volontari e operatori. Alloggi autogestiti, almeno parzialmente. Qualche buona esperienza è stata condotta con l’aiuto intelligente dei servizi e delle ASL. Le difficoltà sono su quattro piani: trovare gli alloggi, reperire finanziamenti, accompagnare la gestione, controllare la reazione sociale. Non mi dilungo.

Il lavoro esige una buona forza contrattuale che spesso gli ospiti delle Case Alloggio non hanno. Le persone in AIDS, in cura con tanti farmaci, non sono appetibili sul mercato del lavoro. Né le cooperative sociali possono essere lasciate sole nel rispondere alle esigenze di inserimento. Bisogna saper interpellare imprenditori, mettere in atto politiche, di concerto con le istituzioni, con i servizi, con il privato sociale, con le cooperative di solidarietà.

Il lavoro ha un ritorno enorme per le persone in AIDS che si vogliono cimentare: in termini di impegno, di reddito, di dignità, di senso e di identità.

E per la casa e il lavoro bisognerebbe utilizzare i fondi, non spesi, dell’assistenza domiciliare dalle ASL. Se il pubblico non fa la sua parte, le associazioni si pongano come garanti perché la funzione pubblica venga svolta.

Per l’operatore, poi, quale capacità di giocarsi accanto alle persone con AIDS, sempre più fuori dalla Casa (visto che il fuori non è più ridotto all’accompagnamento in ospedale)?

La capacità di lavorare in rete con le istituzioni e i servizi. La capacità di coinvolgere, tessere, stringere alleanze con il volontariato e le forze sociali. Quello che diciamo è “no” alle soluzioni fatte in casa, pensate in Casa Alloggio, prodotte in Casa Alloggio e consumate in Casa Alloggio. Il concorso di tutti non vuol dire solo più risorse, ma anche più cultura, più partecipazione, più coscienza civile diffusa.

Staccare dalla Casa perché l’intervento non è più Casa – Alloggio - centrico.

Staccare dalla relazione uno ad uno. Staccare dalla relazione operatore - utente. Creare relazioni altre, allargare, riallargare alla vita, mettere in circolo. E’ un altro modo di prendersi cura.

3. Gestire la tensione di un confronto ritrovato con la “normalità”.

Una terza competenza dell’operatore, da rafforzare, è la capacità di gestire la tensione di un confronto ritrovato con la “normalità” ed il ritorno della tossicodipendenza, che la ripresa dello stato di salute può innescare.

E’ difficile ed arduo non essere più quelli che si è stati per una vita o quasi, nonostante la crisi, spartiacque della malattia. Qualcuno ce la fa, sorprendentemente e con mio grande stupore, con troppa semplificazione della cronicità di certe situazioni di tossicodipendenza che sarebbero non risolvibili.

Qualcuno riesce a farci i conti in vario modo. La maggioranza (tra il 50% e il 70%) si assesta su un uso “compatibile”, aiutandosi con il mantenimento metadonico. E’ già un buon risultato su cui continuare a lavorare, è già un esito per il lavoro svolto, comunque accettabile. I servizi qui ci possono aiutare; siamo una Casa Alloggio che ha bisogno dei Ser.T., non una comunità terapeutica finalizzata al sostegno della tossicodipendenza. Se facciamo questo errore non siamo più “famiglia”. Altri sono gli attori diretti che lavorano sulla tossicodipendenza; noi siamo co-attori e dobbiamo coordinarci con loro per gli interventi dei quali noi ci giochiamo soltanto una parte.

La tentazione, dalla quale gli operatori devono guardarsi, è quella di sentirsi o diventare operatori di comunità terapeutica (soprattutto se diversi di loro provengono da quel settore). Sarebbe come se gli operatori rimanessero senza oggetto di lavoro, cioè l’assistenza; come se fossero in cerca di un altro oggetto principale, totalizzante, rispetto al quale sono delineate sicure procedure di trattamento: la tossicodipendenza.

Abbiamo operato molto a fisarmonica, rispetto al ritorno dei comportamenti tossicodipendenti, chiudendo parzialmente la Casa, poi riaprendola e così via, non potendo e non volendo far proprie le regole dure (ad alta soglia) del trattamento delle comunità terapeutiche. La flessibilità della Casa Alloggio è una linea irrinunciabile: l’AIDS ha modificato il quadro degli interventi ma ci sono le condizioni per procedere senza regredire negli strumenti del trattamento.

La flessibilità e la tenacia sono le caratteristiche della relazione che più ci hanno aiutato. E’ indispensabile una rete associativa (quella del C.I.C.A.), ad esempio, ma non solo, per spostamenti ed allontanamenti anche temporanei di ospiti in difficoltà con le sostanze.

Bisogna anche saper accettare che qualcuno se ne vada, se quella è una sua scelta, alla quale non possiamo resistere, che non possiamo condividere, ma dobbiamo rispettare, se si rompono i margini, anche elastici, della convivenza interna in Casa Alloggio. A volte tornano.

4. Il controllo sociale.

Una competenza che ci ritroviamo addosso, che probabilmente non ci piace, ma che viene indirettamente svolta, è quella di controllo sociale. La vita in Casa Alloggio o in abitazioni autonome con un supporto di accompagnamento, un inserimento lavorativo, l’aggancio ai Ser.T. ed il trattamento metadonico, rappresentano un insieme di interventi alternativi alla strada, alla piazza, in grado di evitare altrimenti inevitabili ricadute negative su sanità pubblica e ordine pubblico.

Chi sta male, ed è solo, porta con sé più disperazione e, di conseguenza, minor responsabilità per se stesso e gli altri. Chi è senza fissa dimora e deve sopravvivere è costretto ad arrangiarsi, anche a delinquere, spesso, in maniera scomposta. Le persone tossicodipendenti ed in AIDS, senza fissa dimora, si sono concentrate soprattutto nei capoluoghi di provincia e nelle grandi città. La geografia delle Case Alloggio ne è la controprova.

Rispetto alla funzione di controllo sociale, non dobbiamo avere la puzza sotto il naso. E’ discriminante la modalità con cui si svolge. Con il consenso della persona, con l’offerta dei servizi, con inserimenti sociali effettivi. Ed è qui che dobbiamo portare lo scontro. Ci si chiede di controllare (ed anche di aiutare) senza risorse, senza mettere in gioco le opportunità necessarie: ASL miopi, difficoltà di integrazione tra rette sanitarie e sussidi sociali ci costringono ad acrobazie che sfidano ripetutamente burocrazie, tempi morti, lacci e laccioli di una normativa che deve essere continuamente riadeguata alle nuove esigenze di una malattia in mutamento.

Non ce la può fare la relazione da sola. La relazione deve potersi appoggiare ad offerte concrete. L’ospitalità dei detenuti e le richieste che verranno dal carcere saranno in aumento. Creeranno problemi, rischiamo di non essere pronti. Dovremo moltiplicare le mediazioni, dovremo costruire, dall’inizio, gli spazi praticabili fuori dalla Casa. Così non sarà facile, non è facile l’ospitalità di persone straniere in AIDS, quasi sempre clandestine, talvolta tossicodipendenti. E’ uno specifico su cui è necessario confrontarsi di più per i problemi che si aprono di accoglienza, di prospettiva.

5. Valorizzare, potenziare, rendere praticabile il protagonismo.

Una quinta competenza richiesta all’operatore è quella di valorizzare, potenziare, rendere praticabile, il protagonismo, l’autorganizzazione, le iniziative delle persone in AIDS:

  • alla co-gestione-gestione della Casa
  • all’auto-aiuto (anche via internet)

  • alle iniziative collettive che avanzino esigenze, proclamino diritti, organizzino migliori capacità di cura.

E’ la capacità di scommettere e rischiare sulle relazioni in avanti, meno protette, sui progetti; l’investimento sulle persone, anche se fragilità e contraddizioni non sono risolte; l’investimento sulle risorse delle persone e su nuove storie inventabili; la capacità di stare con persone che cambiano e di cambiare con loro, mettendosii in discussione, di fronte a persone che possono rimettersi in discussione, per le nuove cure, pur in una fase di incertezza. E’ questa, oggi, l’interpretazione etica dello stare a fianco delle persone con AIDS.

Il ruolo dei responsabili


Anzitutto, dobbiamo parlare di ruolo o di ruoli? Sappiamo che c’è una diversità tra le Case, ma aldilà della diversità delle strutture, ciò che è più importante è l’eterogeneità dei progetti. Nelle Case, pur in una sovrapposizione di funzioni comuni, si determinano ruoli parzialmente diversi.

La prima affermazione che ne deriva, è che il ruolo è una variabile dipendente del progetto: da quel progetto particolare di quella Casa, ne discende un determinato ruolo di responsabile.

Detto ciò, resta evidente che, all’interno di ciascun progetto, esistono sempre problemi di definizione e di delineamento del ruolo. Raramente è scritto sulla carta qual è il compito e le funzioni del responsabile ed anche quando sulla carta c’è una definizione di ruolo, essa rimane sempre generale o a bassa intensità. Anche se il progetto della Casa è chiaro, il ruolo e le funzioni del responsabile non lo sono mai altrettanto. Non c’è necessità di mettere nero su bianco. E’ la constatazione che non si è ancora sviluppata un’approfondita riflessione su questo punto.

Esiste, quindi, un margine alto di discrezionalità esercitabile all’interno del ruolo. Questa discrezionalità, più o meno estesa e non definita, contribuisce a definire il ruolo stesso. Inoltre, la flessibilità e/o rigidità della definizione del ruolo sono tendenzialmente in rapporto con la flessibilità e/o rigidità dell’organizzazione di appartenenza da cui è nato il progetto Casa Alloggio.

Infine, l’interpretazione soggettiva del ruolo è l’aspetto aggiuntivo che connota il modo d’essere e di fare di quel preciso responsabile, l’utilizzo personale del margine di discrezionalità concessa al proprio lavoro. A questo punto, già fughiamo il primo dubbio: è chiaro che per un responsabile dobbiamo parlare di ruoli. I ruoli sottendono funzioni: bisogna ancora capire le funzioni e, rispetto a queste, le responsabilità.

Quali sono le funzioni di un responsabile di Casa Alloggio? Esse sono deducibili dal rapporto del responsabile rispetto a cinque variabili:

  1. l’utenza diretta e indiretta (ospiti e familiari);

  2. la struttura (che deve rispondere a certi standard, non solo per la Legge 626);

  3. gli operatori (quelli professionali dipendenti, i volontari e gli obiettori);

  4. i servizi di riferimento (l’ospedale, il Ser.T. e la psichiatria);

  5. l’ente o l’associazione di appartenenza, di cui la Casa Alloggio è espressione.



I riferimenti di cui sopra, costituiscono cinque “padroni” con cui il responsabile deve fare i conti; sono coloro che lo condizionano, con diverse esigenze fra di loro. Si tratta di tenere in equilibrio la propria giacca rispetto alle tante parti da cui si è tirati. Questo, spesso, è il compito più difficile: cercare di attuare una ragionevole sintesi tra le diverse esigenze che convergono tutte sulla struttura. Mantenere l’equilibrio è tenere ferma una coerenza. E’ la responsabilità che più interpella la nostra coscienza, che segnala la nostra fedeltà a noi stessi.

Che cosa pretendono da noi questi cinque signori?

5. L’uso della Casa da parte degli ospiti.

Anzitutto, vediamo le funzioni richieste dall’«utenza». Che cosa vuole l’«utenza»? Vale a dire, in quel mix di tossicodipendenza e AIDS, che è esplicitato più con i comportamenti che con le parole, nella complessità e diversità degli ospiti, come viene “naturalmente” e spontaneamente usata la Casa?

La prima spinta, è quella di usare la Casa come un albergo. La “pensione”, che noi gestiamo, può essere valutata sul mercato della ristorazione; ciò dipende da quanto gli ospiti brontolano sul vitto, se c’è il vino a tavola, ecc., e questo fa salire o scendere la considerazione. La Casa viene anche usata come un bancomat, che produce prestazioni e servizi, cui gli ospiti pensano di avere diritto. Non entro nel merito, se abbiano ragione o torto; qui si vuole evidenziare solo la posizione mentale, rigida o flessibile, che ci ricorda che produrre servizi alla persona è una funzione della nostra Casa, aldilà di come questa viene percepita. Già questo punto non è pacifico. Ci si divide su quali siano i servizi essenziali che la Casa deve garantire alla persona, quanto questi servizi debbano essere personalizzati e con quale margine; in che misura viene attivata la partecipazione, la cogestione e la responsabilità.

Il problema, è chiaro, mette in discussione il “DNA” della Casa, la quale, per esempio, è diversa dalla comunità terapeutica (o deve essere anche questo?!)

Un’ulteriore modalità con cui “i ragazzi” usano la Casa è proprio quella della comunità terapeutica. La Casa Alloggio, è bene ricordarlo, non è comunità terapeutica per statuto. Però da più parti, molto spesso, viene chiesto che lo sia: i ragazzi con i loro comportamenti, i servizi con la delega di gestione delle problematiche. Che cosa chiede un ragazzo che ricomincia a “farsi” con continuità, che non ha una casa e una famiglia, che non ha più la forza, l’energia, la capacità di “tenere la strada” come “ai bei tempi” e che compromette, facendosi di nuovo, la stessa possibilità di curarsi dall’AIDS?

La risposta è forse facile: ci richiede contenimento che è, come noto, una delle funzioni portanti delle comunità terapeutiche; con una differenza fondamentale, che mentre le comunità terapeutiche sono state scelte, anche a fatica, le nostre strutture sono state “scelte” soprattutto come ripiego, perché altrimenti non c’è riparo. Le Case Alloggio sono “indispensabili”: chi se ne va dalla comunità terapeutica lo fa giocandosi tutto il proprio senso di onnipotenza, anche se illusorio, ma se ci si allontana dalla Casa Alloggio, ecco che subito si è assaliti da un totale senso di impotenza e disperazione. Quindi, produrre contenimento è una funzione della Casa, anche se non è comunità terapeutica, soprattutto là dove la tossicodipendenza è riattivata dal nuovo senso di benessere fisico e psichico prodotto dalle nuove terapie antiretrovirali.

Allora come produrre contenimento? Torniamo su questo argomento, già ampiamente discusso, solo per puntualizzare che questo è compito del responsabile. Ad esempio, come deve comportarsi il responsabile innanzi alle richieste espulsive mosse dagli ospiti nei confronti di chi ha ricominciato a “farsi”, magari senza condividere all’interno la sostanza? Come fare agire gli operatori, nel conflitto, preparati ad “assistere” malati (verbo non gradito) e non ad “aggredire” una tossicodipendenza che s’insinua clandestina in Casa? Come “chiudere” una Casa Alloggio che è stata concepita per essere “aperta”?

Queste sono alcune contraddizioni note che ci dicono, da una parte, quanto sia indispensabile il ruolo di contenimento e, dall’altra, quanto sia difficile esercitarlo con strumenti solo parziali e non appropriati.

Un altro modo con cui i ragazzi usano la Casa è come comunità di vita, come famiglia (il nome di Casa Famiglia non è stato scelto a caso). Le Case Famiglia sono nate come strutture, non solo per persone senza casa, ma spesso anche senza famiglia. Il loro nome traduce una richiesta che viene dai ragazzi stessi, i quali vogliono trovare comprensione, conforto, amore, giustizia compensativa, persone con cui confidarsi e a cui affidarsi per essere accarezzati ed accuditi. E’ una produzione immateriale: non si tratta di produrre solo servizi, ma producendoli, produrre anche legame, sentimento, affetto e relazione. Solo se produciamo questo valore aggiunto, anche i servizi essenziali e di routine vivranno. Non è un valore aggiunto, certificabile con un attestato di qualità, ma senza questo valore la Casa non vive, si riduce a pensione, non fa famiglia, nel senso più largo ed anche più profondo del termine.

Come si organizza la “forza” in una Casa Alloggio? Come fa il responsabile ad organizzare quella particolare prestazione che è il sentimento; come organizza l’amore in Casa? Prima di tutto, scegliendosi gli operatori; facendo attenzione al loro monitoraggio, alla capacità di armonizzare le loro differenze, alla capacità di sostenerli, accorgendosi precocemente di ogni possibile crisi, facendo attenzione ai turni. Poi cercando di sviluppare e stimolare l’auto-aiuto tra gli ospiti, contenendone l’aggressività distruttiva, valorizzandone le capacità singole e di gruppo, ecc. Gli strumenti possono essere “questi o quelli”, non sono poi più di tanti; però, da come si lavora su questi strumenti, si costruisce la funzione immateriale che vivifica le altre.

Un’altra modalità ancora con cui gli ospiti usano la Casa è come “dependance” non sanitarizzata dell’ospedale. Non solo gli ospiti, ma anche altre strutture, chiedono il ricovero nelle nostre Case, perché la “compliance” alla cura è ormai un obbiettivo raggiunto delle Case Alloggio. Seguire la terapia, lo sappiamo, non è affatto facile. La terapia è’ impegnativa, produce spesso effetti collaterali sgraditi, genera resistenze, tentazioni e tentativi di evasione dalla stessa, riottosità e aggressività. Ormai le Case hanno aggiunto una terza regola aulica alle due (niente violenza e niente droga) che da sempre governano le convivenze comunitarie: devi seguire la terapia. Oggi, per fortuna, la funzione primaria non è più “l’umanizzazione della morte” (non in strada, non soli in ospedale, ecc.), ma sostenere la terapia ed educare a questa. E’ la riproposizione, oggi, di un imperativo sanitario, per fortuna vitale rispetto a quello di ieri che consisteva nel prendersi cura senza possibilità di vera cura.

6. La “compliance” alla terapia

Prendersi cura e far seguire la terapia; sappiamo che c’è continuità tra questi due orizzonti sanitari, ma il nuovo apre una serie di questioni, per noi, ancora poco esplorate. Oggi, il nuovo modo di ottemperare alla terapia, è un compito che attiene al responsabile. Oggi più di ieri, la delega che riceviamo dal reparto di infettivologia necessita di un’interpretazione, in prima istanza, del responsabile che può essere più prescrittivo o più liberale, ma comunque deve essere consapevole dell’importanza di questo compito.

Possono essere molte le soluzioni pratiche che riguardano la terapia, e anche più in generale, il rapporto dell’ospite con la cura della propria salute; ciò che qui vogliamo evidenziare è il non facile equilibrio che il responsabile, nella conduzione dell’équipe, deve saper realizzare con ogni ospite, riguardo tutti gli aspetti della sua salute fisica e psichica.

7. La gestione della ricaduta nella tossicodipendenza.

Un ultimo modo in cui i ragazzi usano la Casa, è come “piazza protetta”. Alcuni ragazzi, se non contrastati, tendono a fare della loro stanza un luogo protetto di spaccio, dove possono tenere al sicuro la “roba” che diventa la base per i loro traffici. Tale comportamento non significa necessariamente una ricaduta verticale nella tossicodipendenza, né la destabilizzazione di equilibri, faticosamente raggiunti. C’è un’abile capacità di rendere compatibile il tutto. Molto spesso, è semplicemente la continuazione di un modo d’essere connaturato, non da anni, ma da decenni di tossicodipendenza.

D’altronde, spesso cambiare significa rinunciare a tutto ciò che si è stato e che attualmente si è; a volte, significa rinunciare alla propria unica identità. Quando questo ruolo non viene messo in discussione dal soggetto e quando tutto ciò risulta parzialmente resistibile, contenibile, addomesticabile, ma non terapeuticamente cambiabile, almeno sul breve e sul medio periodo, che cosa si fa?

La richiesta dell’ospite è comunque: “aiutami, fammi sopravvivere, dammi una mano, fammi vivere un po’ meglio, ma non cercare di cambiarmi, non snaturarmi”. Questo discorso può sembrare provocatorio, ma l’obiettivo è quello di cercare di capire quanto il ragazzo ce la faccia ad essere altro da sé stesso e, ancora più importante, quale debba essere il nostro margine di intervento. Egli si rende disponibile a una mediazione, accetta di non portare la sua modalità negli spazi comuni, non cerca di sabotare la Casa ed accetta la terapia. E’ un compromesso accettabile? Fuori, fa quello che vuole.

Anche qui è sempre il responsabile che deve tenere le redini di questo pericoloso gioco. E’ sulla scelta da compiere situazione per situazione, che formerà, a fatica, un’équipe più o meno orientata, con maggiore o minore forza, sull’accettazione del compromesso. Purtroppo, gli ospiti non sempre cambiano, anche quando sono apparentemente disponibili al cambiamento, oppure dichiarano apertamente di non voler cambiare. E’ giusto accostarli a scelte e prospettive diverse, ma è altrettanto giusto, di fronte alla radicalità delle loro esistenze, rispettarli.

E’ dunque possibile, per alcuni, decidere una linea di compromesso, negoziare l’aiuto in cambio della compatibilità ad alcune regole, alla lealtà all’interno del compromesso definito ed alla terapia.

Questa non è una definizione chiusa; stiamo trattando di un valore primario del nostro lavoro: il rispetto della diversità. Ma non ci riferiamo tanto ad una categoria morale, ma piuttosto, all’aspetto pragmatico. Rispettiamo la diversità, anche quando si mostra diametralmente opposta alle nostre aspettative, una diversità che non riusciamo a condividere, ma che costituisce il solo modo con cui siamo in grado di gestire il compromesso possibile.

8. Accogliere le differenze.

Diventa fondamentale che il responsabile, prima dei suoi operatori, faccia chiarezza su questo punto, di modo che i progetti si realizzino a partire dai bisogni e dai desideri degli utenti, che non sono sostituibili con i nostri. Proprio i progetti che devono sottostare a un compromesso, apparentemente per entrambi inaccettabile, ci dovrebbero interrogare sulla nostra capacità di accogliere le differenze e di farle accogliere agli altri. L’individuazione dei progetti è un compito della Casa del quale il responsabile, per primo, deve farsi carico e garante.

La questione non è da poco; con questo aspetto dell’attività della Casa ci si spinge su una linea di frontiera, ma è proprio in questa zona indefinita, dove non sappiamo se il nostro compito sia quello di ridurre il danno, riabilitativo, o una via di mezzo, in questo precario equilibrio tra le diverse esigenze dell’utenza che si sposta di continuo rendendo il lavoro della Casa continuamente mobile, che passa l’asse della funzione prevalente del responsabile e dell’équipe.

La vita reale della Casa mette continuamente in crisi il progetto scritto sulla carta. In quel progetto sono radicate le aspettative degli operatori ed anche del responsabile, che però a differenza dei primi, ha come compito quello di gestire l’incertezza di un lavoro sempre in cammino: un cammino di ricerca continua.

9. La cura dell’affettività dell’équipe.

Quali sono le funzioni richieste dall’équipe? Quali sono i presupposti perché l’équipe funzioni?

In primo luogo, ovviamente, è il numero adeguato di operatori qualificati; questione che dovrebbe essere regolata dagli standard. Essi sono la condizione necessaria, ma non sufficiente, perché l’équipe possa funzionare. L’elenco delle variabili non scritte è più importante. Anzitutto, è necessario che gli operatori siano fortemente coinvolti e, nello stesso tempo, siano capaci di controllare il loro coinvolgimento. L’empatia è indispensabile, senza cuore non si fa questo mestiere; l’empatia, però, nel nostro caso, è soprattutto una questione di selezione del personale. Un operatore non empatico, se è solo uno, può anche avere la sua funzione nell’équipe.

Il problema che ha il responsabile spesso è il contrario: aiutare gli operatori, gli obiettori e i volontari a controllare il coinvolgimento in eccesso. Un eccesso di empatia porta a sconfinamenti ed a tentare di superare, con un sovrappiù di affetto, il senso di impotenza generato dal lavorare nella Casa.

Capita a volte che questa empatia, non in eccesso, ma non controllata, non gestita e disarmonica, risponda ai bisogni propri dell’operatore: un incompiuto, una ferita non riconosciuta del proprio personale sviluppo. Anche in questo campo il responsabile ha a che fare con una questione di “dosi”. Egli deve percepire per primo gli indizi dell’esagerazione e della disarmonia, capire come restituire la percezione del rischio di tale modalità relazionale e decidere se, in questo, si debba coinvolgere l’équipe o meno: deve svolgere un compito di anticipazione e prevenzione di dinamiche di disfunzione.

10. Saper ridefinire il progetto.

Un altro requisito affinché un’équipe funzioni, è quello di saper costruire il progetto. Per ogni singolo ospite, è nell’équipe il momento del confronto e della costruzione del progetto; è il luogo dove ogni operatore, o volontario, o obiettore, qualora partecipi, ognuno a suo modo, porta una percezione, un’immagine e, probabilmente, una dimensione del modo di essere dell’ospite. Solo attraverso lo specchio che fornisce l’équipe si hanno più elementi per creare e poi verificare un progetto. La regia di ciò, la sintesi, sono compito del responsabile. Suo compito è la mediazione con il soggetto, molto spesso con il referente di quella persona rispetto al margine di rischio progettuale accettabile e sostenibile.

Ogni progetto contiene un rischio ed in quanto ipotesi da verificare; non c’è progetto senza rischio. Il responsabile deve saper portare elementi per la correzione di un dispositivo progettuale, o troppo rigido, o troppo flessibile, o troppo spostato sulle aspettative dell’équipe o, piuttosto, sui desideri a volte ambiziosi e poco realistici della persona in AIDS.

11. Saper prendere decisioni.

Nella gestione dell’équipe è poi fondamentale il cosiddetto “decision making”, cioè il processo con cui si prendono le decisioni. In comunità, chi decide - e come - non è mai un fatto inosservato. Anzi, direi che si sviluppa una ipersensibilità nei confronti del processo decisionale. La frase tipica è: ”Ma chi ha deciso questo?”.

Prendere decisioni è importante, ma è altrettanto importante il processo con cui ci si arriva. Tendenzialmente, le decisioni dovrebbero passare attraverso la consultazione, il coinvolgimento, la partecipazione dell’équipe, degli ospiti, ecc. Al limite, la decisione può essere più o meno condivisa. Ciò che conta è che sia condiviso e trasparente il procedimento decisionale. Questa garanzia è funzione del responsabile.

12. Saper dare il sostegno agli operatori.

Altro compito del responsabile è supportare e valorizzare operatori, volontari e obiettori, ossia proteggerli dallo stress e stimolarne l’autonomia. Per fare questo è importante proteggere gli operatori dall’ansia, dalle paure, dall’angoscia, dalle agitazioni, dalla tentazione di fuga. Il responsabile, però, deve, suo malgrado, anche saper rinunciare ad un operatore, a chi si è “fuso” nel percorso, a chi è in fase di “burn out”, a chi non riesce a correggere gli errori. Non bisogna per forza sanare l’insanabile.

Molto spesso, non riuscendo a “salvare” gli ospiti, tentiamo, comunque, di “salvare” l’operatore nel suo ruolo, perché appare più semplice. Non è così. In un’organizzazione grande e ramificata, accompagnare un operatore in difficoltà ad un altro incarico, al di là delle maggiori possibilità offerte dalla differente collocazione, significa anche elaborarne lo spostamento, fare i conti con il piccolo lutto generato dalla perdita.

13. Saper fare squadra.

Infine, il requisito più importante per un’équipe vincente, rimanendo nella metafora sportiva, è “fare squadra”. Ciò vuol dire riuscire ad individuare i ruoli per ogni singolo operatore, valorizzarlo ed esplicitare il suo ruolo al resto dell’équipe. Far fruttare le differenze non è facile. Quando le differenze sono delle abilità, non sono riconosciute facilmente dai colleghi di lavoro però, se ognuno lavora con le proprie specificità, riconoscendosi nelle sue, è più facile che riconosca quelle degli altri.

Parallelamente, questo “fare squadra” significa anche gestire il conflitto. Non bisogna credere che le differenze siano una ricchezza tout-court; bisogna saperle gestire, armonizzarle e condividerle, allora sono una ricchezza. “Fare squadra” è anche tenere alta la tensione verso l’obiettivo, sentire di far parte di una impresa importante, non comune, in cui ci si identifica tutti quanti assieme. E’ valorizzare l’impresa di gruppo su un obiettivo condiviso, di difficile realizzazione sociale, rispetto al quale gli operatori si sono in qualche modo autoselezionati e sviluppano un senso di appartenenza all’organizzazione che consente di realizzare l’impresa.


14. Saper gestire i rapporti con l’organizzazione di appartenenza.

L’ultimo punto che resta da analizzare, sono i rapporti con l’ente di appartenenza. La prima funzione del responsabile è quella di strappare le risorse, negoziarle con la propria organizzazione, in modo da poter operare con i mezzi dovuti.

In secondo luogo deve garantire il risultato e sostenere l’immagine pubblica della Casa.

Terzo, se la Casa fa parte di un’organizzazione più complessa, deve sapersi muovere con la consapevolezza degli equilibri delicati. Sostanzialmente, qui il ruolo del responsabile è di mediazione, di attenzione ad esigenze multiple, anche diverse che convergono sul progetto.

Ad esempio, per ottenere le risorse non possiamo, nelle nostre organizzazioni, imbastire una battaglia sindacale. D’altra parte non possiamo neanche permettere che la Casa sia abbandonata alle poche risorse che può generare, né possiamo, tanto meno, “sfruttare” i nostri operatori. Dunque, rispetto a questo bisogno, è necessario saper mediare, saper chiedere, conquistarsi il diritto di chiedere, mantenendo la consapevolezza che siamo in un’organizzazione dove tutte le parti hanno bisogno e sono in difficoltà finanziarie.

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