
Ogni anno, quando si avvicina il 1° dicembre — la Giornata Mondiale contro l’HIV e l’AIDS — le persone che vivono con HIV vengono contattate da testate giornalistiche, televisioni, radio, podcast.
L’intenzione dichiarata è quella di “dare voce”, “fare informazione”, “combattere lo stigma”.
Ma troppo spesso la realtà è un’altra.
Le prime domande che arrivano sono quasi sempre le stesse:
“Come hai preso l’HIV?”
“Quando lo hai scoperto?”
“Hai pianto alla diagnosi?”
“Come hai fatto a dirlo alla tua famiglia?”
Domande intime, invadenti, spesso morbose.
Domande che non servono a spiegare cos’è l’HIV oggi, ma a soddisfare una curiosità antica e colpevole: quella di sapere “che cosa hai fatto” per infettarti.
Domande che non cercano di capire, ma di mettere in scena. E che, ancora una volta, spostano lo sguardo dalla realtà del virus alla vita privata di chi lo porta.
Non è così che si combatte lo stigma, ma con la conoscenza.
L’HIV oggi non è più quello degli anni ’80.
Chi vive con HIV e segue una terapia efficace, non trasmette il virus (U=U: Undetectable = Untransmittable). può avere figli, fare sesso, fare sport, amare, invecchiare, viaggiare, desiderare.
Eppure, ogni anno, la narrazione pubblica sembra restare ferma nel passato, ancorata alle immagini della paura e della colpa.
Chiedere “come l’hai preso” significa ignorare tutto ciò che la scienza ha conquistato e che le persone con HIV hanno dovuto conquistare due volte: prima con il proprio corpo, poi con la propria voce.
Chiedere “se hai pianto” significa ridurre un percorso complesso e umano a una scena di pietismo televisivo.
Chiediamo di non essere interrogatə come se fossimo colpevoli o sopravvissutə da compatire.
Chiediamo ai media di darci una mano e raccontare la verità sull’HIV oggi:
– che è una condizione cronica gestibile;
– che grazie alle terapie la vita è piena e lunga;
– che la prevenzione e la diagnosi precoce salvano vite;
– che la lotta allo stigma è una questione di salute pubblica e di diritti umani.
Chiediamo un giornalismo che rispetti la privacy e la dignità delle persone, che non chieda come abbiamo preso l’HIV ma come stiamo vivendo oggi.
Che dia spazio alla scienza, alla solidarietà, al futuro.
Chiediamo un racconto dell’HIV non teso a commuovere, ma a far capire.
Perché raccontare l’HIV oggi non significa parlare di malattia, ma di salute, di libertà, di uguaglianza.
E chi vive con HIV non deve più essere l’oggetto di uno sguardo curioso, ma il soggetto di un discorso collettivo, maturo e consapevole.
Non chiedeteci come abbiamo preso l’HIV, chiediamoci piuttosto perché dopo quarant’anni se ne parla ancora troppo poco e spesso male.
Il 1° dicembre non è la giornata del “come l’hai preso”, ma il giorno in cui ricordiamo che U=U, che la scienza ha vinto, e che ora tocca alla società vincere lo stigma.
Raccontiamo questo e restituiamo alle persone con HIV la voce, non la curiosità.
Infine, siate coraggiosi e originali, non parlate di HIV solo il primo dicembre, fatelo anche in altre date, farete un servizio al vostro giornale e ai vostri lettori.